Venezia 79

Ogni estate il mio settembre passa per la Laguna di Venezia e i suoi 11 giorni di cinema, arte e moda..Quest’anno il Festival è partito con l’intensità di Rumore Bianco, trasposizione cinematografica dell’ omonimo romanzo capolavoro di Don DeLillo, ritratto di una famiglia americana degli anni ’80, completamente avvolta dal white noise prodotto dal consumismo rampante, dalla saturazione mediatica, dall’intellettualismo spicciolo, dalle cospirazioni sotterranee, dalla paranoia che le qualità potenzialmente positive della violenza umana creano. Marito e moglie sul grande schermo sono i bravissimi Adam Driver e Greta Gerwich, che dopo essere passata dietro la macchina da presa dirigendo Lady Bird, Piccole Donne e l’attesissimo Barbie e Ken, è tornata alla recitazione diretta dall’ex compagno Noah Baumbach, con cui il sodalizio lavorativo e sentimentale, una decina di anni fa ci aveva regalato piccoli gioielli come Lo stravagante mondo di GreenbergMistress America.

Venezia è anche una storia di ritorni di registi fedeli alla Serenissima, come  Alejandro González Iñárritu che qui aveva presentato Birdman nel 2014, premio Oscar come miglior film nel 2015 e che dopo 7 anni da The Revenant, premio Oscar nel 2016, ci svela Bardo, pellicola quasi autobiografica grazie a cui è tornato a girare in Messico, il paese natale dove aveva ambientato il suo folgorante esordio, quell’ Amores Perros che resta per me uno dei film più belli di sempre. Torna anche Darren Aronofsky, già presidente di Giuria nel 2011, che nel 2017 era sbarcato al Lido con il controverso Madre! e che ieri ha presentato “The Whale” . Come era già accaduto con Mickey Rourke per “The Wrestler”, Leone D’Oro come miglior film nel 2008, anche qui il regista costruisce letteralmente la pellicola sul confronto tra l’attore ed il personaggio, un Brendan Fraser reso irriconoscibile per interpretare lo struggente dramma di un professore di inglese affetto da una grave forma di obesità: l’attore ha fatto tesoro delle difficoltà di salute seguite a un incidente di lavoro e al conseguente intervento che gli aveva fatto acquistare peso e perdere gran parte della forma fisica e del fascino che avevano caratterizzato la sua carriera, quando all’apice del successo si è poi ritirato dalla vita pubblica e dal lavoro dopo le molestie sessuali subite nel 2003 da parte di Philip Berk l’ex presidente della HFPA (Hollywood Foreign Press Association).

Il terzo ritorno più atteso è stato quello di Luca Guadagnino, che dopo Suspiria del 2018, ci ha svelato il meraviglioso Bones And All. In questa storia d’amore adolescenziale, c’è tutta la poetica del regista siciliano: il racconto di due anime erranti che si riconoscono, estranee dagli altri e diverse dai loro simili, come era stato per la sua serie Tv We Are Who We Are che mi aveva rapito il cuore, la sensualità di un amore, viscerale e totalizzante tanto da trasformarsi in un atto di cannibalismo, quasi uno sviluppo ideale dei tremori clandestini di Io Sono L’amore, la paura cieca e sorda, la tensione che si crea grazie ad un mix di scenografia, fotografia e montaggio che ricondano le atmosfere degli horror anni ’80 ed una colonna sonora semplicemente perfetta. Il tutto affidato alle ottime interpretazioni di Timothée Chalamet, Taylor Russel Mark Rylance, Chloe Sevigny Michael Stuhlbarg, il papà di Timothee in Chiamami Col Tuo Nome.

Non manca poi la potenza narrativa del cinema francese: si è partiti con Athena, di Romain Gavras, figlio d’arte del regista Costa- Gavras, che ha l’ambizione di richiamare alla memoria una delle mie pellicole cult di sempre, L’Odio di Mathieu Kassovitz nel raccontare quella guerriglia urbana in cui una banileu viene messa a ferro e fuoco incrociando i destini di fratelli, poliziotti, vittime e aguzzini in cui nessuno è innocente. Ma i 90 minuti di pura adrenalina in cui l’azione non conosce tregua così come la violenza, le urla e le corse riprese con videocamera in spalla, fanno sì che il coinvolgimento emotivo dello spettatore resti escluso anche quando si raggiunge il climax. Coinvolgimento che invece si fa progressivamente sempre più forte, fino alle lacrime, alla proiezione de La Syndacaliste, sezione Orizzonti, dove Jean Paul Salomè dirige una sempre impeccabile Isabelle Huppert in una storia che attraversa politica, cronaca, dramma famigliare e la lotta incessante per l’autodeterminazione femminile.

Se tra i favoriti ai premi finali spiccano pellicole dall’impianto classico e tradizionale, come Argentina 1985, di Santiago Mitre, il racconto dello storico processo che mise alla sbarra i militari a capo di quella dittatura “feroce, clandestina e vigliacca” che governò il paese dal 1977 al 1983 e la ferita ancora aperta dei desaparesidos , o Il Signore delle Formiche di Gianni Amelio, un taglio più nuovo ed interessante viene offerto dai titoli fuori concorso , come Master Gardener di Paul Shrader, versione decisamente più convincente del suo ultimo Collezionista di Carte, Don’t Worry Darling, esordio alla regia di Olivia Wilde e poi forse il titolo che attendo con più interesse: Dreamin’ Wild di Bill Polhad con Casey Affleck: cosa accade se il sogno di una vita si avvera alla soglia dei 50 anni? Da una storia vera.

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