Like Tears In Rain

Se la moda è per antonomasia anticipatrice di tendenze, cambiamenti e nuovi orizzonti, le conseguenze del terremoto che la pandemia ha causato alla moda stessa ci fanno scorgere lampi del nostro futuro come attraverso una palla di vetro…

La prima impressione è una totale mancanza di senso o significato nell’ostinarsi a mantenere lo schema delle fashion week come se dovesse realmente cambiare qualcosa nel mondo reale. Dal momento che si tratta ormai soltanto di show virtuali, che possono essere svolti/registrati in qualsiasi location e mandati in streaming in differita o in diretta mentre il pubblico, di qualunque genere si tratti, è a casa propria, in tuta davanti ad uno schermo blu, perchè vige ancora l’obbligo di rispettare le scadenze del passato..? Cosa cambia per le metropoli che un tempo le ospitavano ed in una settimana raggiungevano i massimi livelli di traffico, eventi, iniziative, ristoranti pieni, boutique affollate, alberghi fully booked, taxi introvabili, mostre d’arte i cui biglietti andavano esauriti come ad un concerto, star, addetti ai lavori, studenti, turisti, curiosi, appassionati e residenti apparentemente insofferenti a tutto il fashion circus ma che adesso vorrebbero che anche soltanto un frammento di quella frenesia tornasse a far resuscitare le nostre città fantasma, vuote e pericolose, le cui luci si sono spente da quasi un anno..? Assolutamente nulla. Da questo vecchio calendario non è mai dipeso neanche il ciclo produttivo delle aziende manifatturiere dei vari marchi, che hanno sempre seguito una programmazione diversa, per cui il giorno della sfilata rappresentava la conclusione di un lavoro iniziato mesi prima che si apprestava ad essere distribuito e consegnato nel mondo nel giro di poco tempo.

Deve essersene accorto anche Tom Ford, che a poche ore dalla presentazione digitale che avrebbe dovuto avere “luogo” questa stasera, ha comunicato l’abbandono della New York Fashion Week mentre verrà condiviso un look-book della collezione il prossimo 26 febbraio. Un cambiamento repentino, giustificato adducendo “circostanze impreviste legate al Covid-19”, ma che aggiunge un ennesimo tassello alla progressiva disgregazione del sistema: se le fashion week non hanno più ragione di esistere, anche le sfilate non se la passano molto bene…

Tom Ford

In questi mesi di transizione le passerelle sono diventate degli spettacoli di dieci minuti che ricordano i videoclip di MTV degli anni ’90, mentre passavano a ripetizione tra una piattaforma ed un’altra il giorno del lancio, per poi essere rapidamente sostituiti dalla hit successiva. E’ però evidente che le uniche impressioni virtuali che si traducono in un dato di realtà in materia, nascano dalle centinaia di pseudo sfilate che quotidianamente vengono messe in scena sui vari profili Instagram. Non abbiamo più bisogno di vedere quel determinato abito indossato da una modella x nel veloce passaggio in passerella, preferiamo scorrere i look post dopo post sulle nostre celebrities ed influencers preferite. I contenuti brandizzati generano milioni di interazioni, propagandosi come un’onda che raggiunge potenziali clienti a distanze che sarebbero irraggiungibili per il classico fashion show.

Bottega Veneta si è pienamente sintonizzata su queste frequenze, come ha spiegato François-Henri Pinault. Il CEO di Kering ha detto che la scomparsa dell’account ufficiale del brand dai social è dovuta alla nuova strategia di Bottega di appoggiarsi maggiormente ai suoi ambassador, dando loro il materiale (abiti e accessori) di cui hanno bisogno per interpretare liberamente lo spirito del marchio attraverso vari social network, lasciando parlare loro a nome del marchio senza veicolare parallelamente un messaggio ufficiale.

Bottega Veneta SS21

Il virtuale è il nuovo territorio vergine, aperto all’espansione e allo sfruttamento, di cui il sistema moda si è accorto per primo e in cui sta prosperando con margini di crescita esponenziali. Sfilate e fashion week non vi si possono adattare del tutto perchè rappresentano gli ultimi scampoli di una modalità di lavorare nata nel mondo della realtà e di cui avevano esaurito le risore già prima della pandemia.

Mentre la NYFW si riduce a quattro giorni di eventi digital dove mancano i grandi nomi che hanno mantenuto alta la bandiera a stelle e strisce, da Marc Jacobs a a Ralph Lauren, passando per Michael Kors fino a Mr Ford, Londra segue la scia quasi scomparendo dai riflettori per mancanza di nomi di richiamo, mentre Milano e Parigi sembrano voler mantenere il timone nella tempesta, con alcuni show fisici alternati a quelli virtuali. Senza dubbio peserà l’assenza di grandi firme come Gucci, Versace, Saint Laurent, Balenciaga ed Alexander McQueen, segnale inequivocabile di un cambiamento di rotta definitivo.

Vittoria Ceretti for US Vogue in Loewe

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